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Anime
Notturne
Occhi di tenebra
Dracula
Il Vampiro
Crepuscolo
Il respiro
della carne
L'incontro
di Michelle
Il Vampiro
Un lampo nel
buio
Magica la notte
Un gioco d'ombre
cinesi
L'apprendista
di Asterione
Il Vampiro
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Anime
Notturne
di Ishtar Quando
la notte con il suo scuro mantello scenderà lentamente su di noi e sul
resto del mondo, quando la nebbia con la sua bianca veste si espanderà
come una malattia che intacca il genere umano con la velocità di un
lampo, quando il silenzio governerà imponente simile a un faraone che
assoggetta i sudditi interrotto solamente da una mortuale melodia diffusa
in tutto il territorio da una campana, quando stormi di pipistrello,
anime simili a noi, voleranno verso l'ultimo confine della notte, allora
noi, anime oscure, risorgeremo come nere rose che spuntano dal cemento.
I nostri sepolcri si apriranno, le catene del giorno si scioglieranno
e noi intraprenderemo misteriosamente la nostra tetra magnifica danza,
accompagnati dai nostri fidi compagni che proteggono le nostre ombre,
facendoci trasportare oltre ogni dimensione oltre ogni calcolo temporale
dall'abbraccio della nebbia, ricercando nuove vittime su cui imporre
il nostro sigillo
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Occhi
di tenebra
di Vampyria Ricordo
ancora quella notte... A volte mi sembra che siano passati mille anni,
altre è come se in tutta la vita non avessi vissuto che quel momento.
Non riesco a pensare a ciò che era la mia vita prima di allora, è come
se fosse totalmente persa e oscurata, la mia mente completamente vuota...
Non riesco più a vedere altro che quell'immagine...
Era bellissimo, quella notte, quando il
mio sguardo incontrò il suo, tanto bello da oscurare la luce delle stelle,
non disse una parola, solo se ne stava lì, immobile, i lunghi capelli
mossi dal vento e un sorriso strano sulle labbra innaturalmente rosse.
La pelle bianchissima e diafana come se fosse fatta con la luce della
luna e quegli occhi indefinibili, simili al bagliore di un diamante
nero. Comparve così, dal nulla, come un alito di vento freddo. Tutto
in quel momento era sparito, non ricordo più nemmeno dove ero... So
solo che ero immersa nella notte più silenziosa che avessi mai vissuto,
intorno a me un buio totale.
Alzò lo sguardo e mi sentii come rapita,
in quell'istante mi sembrava di sprofondare e sprofondare, di cadere
in un infinito indefinibile, immenso e oscuro come un oceano, in un
nero vortice; non riuscivo a muovere un dito. Non so quanto durò...
Ad un tratto vidi una luce. Prima era solo un puntino bianco, poi divenne
un bagliore lattiginoso che si espandeva, poi esplose squarciando le
tenebre.
Aprii gli occhi. Mi ritrovai nel mio letto
senza capire come ci fossi arrivata, tutto era come al solito, il sole
era già alto nel cielo ed era talmente luminoso che mi facevano male
gli occhi. Allora era un sogno, pensai,
ma che strano sogno: ero talmente stanca che mi sembrava di aver camminato
per ore, non riuscivo a muovermi e avevo quello sguardo stampato nella
mente; non riuscivo a distoglierne il pensiero come se quegli occhi,
dal profondo della mente, mi chiamassero e continuassero a chiamarmi.
Ma questo era solo l'inizio: per me si
doveva essere aperta una porta che non avrei mai dovuto varcare. Non
ricordavo più nulla del sogno, solo quell'immagine davanti a me che
non riuscivo a togliermi dalla testa come se fosse rimasta stampata
nella mia mente, e soprattutto quegli occhi fissi, profondi come vortici
che sembravano risucchiare ogni cosa, sembravano contenere il significato
di tutto ma che io non riuscivo a comprendere, ma di che colore erano
quegli occhi? Non riesco a ricordarlo... Eppure lo rivedevo ogni notte,
il mio Principe del Buio, lo rivedevo nei miei sogni, non conoscevo
il suo nome e non sapevo nemmeno chi fosse ma era come se lo conoscessi
da sempre. Lui era tutto per me: era un fratello, un padre, un amante
e nello stesso tempo non era nulla di tutto questo. Io chiudevo gli
occhi sempre più stanca e Lui appariva ad un tratto da una cortina di
nebbia, tutto svaniva attorno ed io correvo da lui che mi stringeva
e mi baciava con una passione e un fuoco che non avevo mai provato prima
di allora. Poi all'alba spariva, così come era apparso.
La notte mi lasciava esausta come se tutto
fosse reale, come se i mondi del sogno e della realtà si fossero scambiati
per chissà quale oscuro motivo... Nei due mondi rimanevano comunque
i suoi occhi...
Persino da sveglia continuavo a sprofondare
nei suoi occhi, in ogni momento mi sentivo dispersa in quelle pozze
di colore - di che colore - vorrei poterlo ricordare.
Sentivo l'infinito là nei suoi occhi,
un milione di vite, il passato, il futuro, per sempre.
Un infinito piacevole con lui, ma spaventoso
perché ero sola, non avrei mai potuto trovarlo né conoscerlo e mi ero
totalmente persa per lui.
E' solo da pochi giorni che ho notato
come sono pallida e debole e che avrei tanto bisogno di dormire ma ogni
volta che ci provo lui è là ed io mi sento come soffocare.
Ora so che sto morendo. Sto scivolando
via nei miei sogni e dentro di lui? Non lo so, ma so che stanotte, quando
affonderò, sarà per l'ultima volta. Finalmente sarò con lui, sarò con
lui per sempre e, forse, finalmente vedrò il colore dei suoi occhi.
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Dracula
di Sandro Fossemò Tornai
a cercar sangue. A mezzanotte, dalle tenebre della Transilvania, uscii
dalla tomba. Nella penombra del mio castello, stesi il mantello nero
e spiccai il vol nefasto, nell'oscurità del ciel stellato. Le luci mi
giungevano sole e vane, nella città buia, in una gelida notte. Non riuscii
più a volare, in quell'elettrico meccanismo! Non v'era sangue nelle
vene degli automi; solo vuoto e morte. Sollevai con furia il manto bruno!.
Volai via, verso la luna, per accaldare le Tenebre.
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Il
Vampiro
di Markus Chiuso
in una stanza buia
Il cuore non batteva
Il sangue non pulsava
La mente giaceva sopita
e la luce risplendeva...
Non
gli interessava chi o cosa... lui doveva uccidere.
Era come un bisogno spirituale, un qualcosa
di trascendentale, lui sentiva la pulsione di uccidere e basta. Era
sano di mente, come un pesce ma terribilmente affascinato dal sangue
che sgorgava. Odiava le pallottole, preferiva le lame, erano più calde,
più vive... cera un contatto con la preda... il predatore rincorre,
la preda scappa... il predatore la raggiunge, la preda supplica e piange
e scalcia... il predatore affonda, la preda muore.
Odiava la sofferenza, cercava di essere
il più veloce e drastico possibile... sempre punti vitali, in genere
la gola, pochi secondi e zac... morto. Non aveva preferenze, uomini,
donne, animali, cose... limportante è che non fossero cuccioli
o bambini... non se lo sarebbe mai perdonato.
Una volta aveva ucciso una cagna... gravida...
vomitò... cercò di uccidersi... poi riacquistò la ragione e si promise
di non perdere mai più la lucidità e di conoscere meglio le sue vittime
prima di accopparle.
Morì quando tentò di aggredire un agente
di commercio... armato.
Era un vampiro... si considerava immortale...
e forse lo era davvero...
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Crepuscolo
di Alex Illuminato
da una Luna stanca e malata Cammino... Percorrendo la mia vita solitaria
per scelta. Attraverso un Campo, Santo per definizione alla ricerca
dei miei demoni. Dove siete? Il silenzio mi ovatta, mi opprime, Irreale,
magico, affascinante. Ricordi... Svaniti, piacevoli... costruiti per
renderli tali Mi inganno di aver vissuto Solo ora mi rendo conto della
realtà Ma nel silenzio dei sepolcri Accompagnato da fuochi fatui Ho
trovato la pace incamminandomi verso il crepuscolo.
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Il
respiro della carne
di Livia Bidoli La
lunga canna nera guardava il suo volto, inebriato di dolore: la paura
faceva scorrere lacrime di sudore su di lei, che impunentemente lo proteggeva.
Lui, steso sopra di lei si gonfiava ancora per il calore, sorreggendola
in una vampata d'orgasmo sottile, cerebrale, quasi gelida.
La figura li aspettava, nel suo orrore
li trafiggeva con una fissità antica, sadica, colma di violenza repressa
e sarcastica. Voleva tramortirli, ma lui si scansò con uno scatto, come
per proteggersi, lasciando in balìa della bocca d'ebano la sua amante
e compagna di una vita. "Questo è
tutto l'amore che provi per lei..." vibrò la voce austera, soffocante
della figura. "No, ti scongiuro,
non mi uccidere, ti darò tutto quello che vuoi." Gridò il verme
rattrappito tra le lenzuola opache e gialline, consumate.
"Bene, allora dovrai ucciderla tu."
"Come? Non puoi chiedermi questo!"
"Soffocala con un lembo del lenzuolo
e sarai libero."
L'uomo si avvicinò alla donna come per
supplicarla di morire il più presto possibile, la avvinghiò con le mani
rivestite di giallino intorno al collo, strozzandola. Lei emise un gemito
che sembrava di piacere, una specie di liberazione dal peccato in cui
era ricaduta dopo averlo conosciuto.
La figura si allontanò ma lui, carponi,
trattenne un lembo della sua giacca nera pregandola di rimanere. Aveva
il volto perduto in un ghigno insano, psicotico.
Fu allora che lei si inginocchiò e disse:
"Questo è il rispetto che devi a te stesso, quello di una bestia
verso il suo padrone! In ogni caso ora non mi servi più. Il conto è
saldato." Poricek la guardò dirigersi
verso la soglia, attraversare il primo vicolo ma all'improvviso fu preso
da un vortice che lo sommergeva, una dominazione: la inseguì, la portò
in un giardino nascosto dalle rovine e quando lei si adagiò sull'erba
ancora calda per il sole bruciante della stagione, lui le morse il collo
a sangue, per divorare ciò che non era riuscito a trattenere, cercando
di strapparle quel flusso vitale che lo inondava di sapori strani e
sconosciuti, mai provati.
Lei annaspa, si divincola e stringe quel
pomo pronunciato distintivo della razza maschile, e continua, graffiandolo
finché non sente il tocco di lui ammorbidirsi nell'ultimo respiro della
carne.
La vittoria la trovò imbevuta di sangue,
quel liquido scuro, denso, unito ad un brandello molliccio ed esangue,
inciso da due piccoli fori concavi e che risiedeva eterno fra le sue
labbra.
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L'incontro
di Michelle
di Ishtar Michelle
era sempre stata una ragazza strana. Fin da piccola aveva vissuto esperienze
di cui erano a conoscenza pochissime persone. Tali persone conoscevamo
in minima parte il suo passato.
Aveva 20 anni, ma sentiva sulle proprie
spalle il peso di 20 anni di contraddizioni e di sensazioni contrastanti.
Era una ragazza molto bella, ma capire
quello che nascondeva dietro ai suoi occhi verdi era impossibile. Sapeva
che dentro se stessa agivano forze di natura opposta e sapeva che la
propria anima era posseduta sia dall'essenza del bene, sia da quella
del male. Era conscia della sua personalità, la quale aveva le mille
sfacettature di un prisma.
Nella sua mente si agitavano i pensieri
più strani...
Una volta un ragazzo le aveva detto che
assomigliava a una silfide, a una dea dei boschi. Aveva iniziato ad
essere dark da soltanto un anno, ma nel trascorrere di quel periodo
le sue idee più strane si erano fatte sempre più forti... Era ossessionata
dal desiderio di diventare un vampiro o meglio una vampira.
Nessuno la prendeva sul serio e forse
a volte anche lei rideva di questa idea che le tormentava la mente...
Eppure sentiva che questo desiderio non era un gioco...
Un giorno come tanti altri, andò a una
mostra di quadri. Amava l'arte e ne amava soprattutto il suo misterioso
e ambiguo significato. Stava osservando un quadro, quando le si avvicinò
un uomo. Era una persona dall'aspetto bonario, indossava un comune paio
di pantaloni e una maglietta della Nike; era la tipica persona per cui
Michelle non aveva nessun tipo di interesse...
Da quando Michelle era diventata dark
considerava suoi amici sono le persone che si vestivano di nero che
amavano tutto ciò che era gotico e oscuro... Per lei tutte le altre
persone non facevano parte del suo mondo.
L'uomo le disse fissandola dritta negli
occhi: "Signorina le sue mani hanno un aspetto così gotico..."
Michelle rimase estremamente colpita da
una frase del genere.
Si sarebbe aspettata di tutto da un uomo
di quel tipo, ma quella frase le era arrivata dritta al cuore. I due
fecero conoscenza e decisero di andare a bere qualcosa in un bar della
città; Michelle era inizialmente restia, ma poi accettò la proposta
dell'uomo.
In fondo in lei c'era sempre stato l'amore
per l'ignoto e amava quel brivido che sentiva ogni volta che usciva
con uno sconosciuto.
Il posto dove giunsero si trovava in una
zona appartata della città, ma quel luogo non incuteva paura, anzi dava
un senso di pace e tranquillità. Michelle iniziava a provare un certo
fascino nei confronti di quell'uomo che faceva discorsi così interessanti.
Era un uomo così diverso da lei, eppure le cose che diceva erano proprio
quelle di cui Michelle amava parlare. Il fascino pian piano si trasformò
in attrazione e Michelle sentiva pulsare nelle sue vene il desiderio
di baciare quell'uomo.
Erano già passate tre ore da quando erano
entrati nel bar e ormai era mezzanotte. Uscirono dal locale: fuori non
c'era un'anima viva. Lui si avvicinò a lei e la baciò sul collo... Michelle
capì che era lui il vampiro che cercava da tanto tempo e gli sussurrò:
"Coraggio, mordimi, voglio anch'io diventare come te, voglio essere
un vampiro!"
Lui la guardò tristemente e le disse,
estraendo dalla giacca un coltello: "Perdonami, io non sono un
vampiro, sono solo un assassino."
Michelle non urlò e non fece nulla, sentì
il terrore emergere in lei, ma ebbe la forza di dire: "Uccidimi
pure, se mi uccidi finalmente sarò in ogni luogo e sarò libera."
L'uomo non esitò un secondo di più e le
tagliò la gola. Michelle cadde a terra esanime. L'assassino scomparve
con le lacrime agli occhi: l'amava, l'aveva amata dal primo momento
che l'aveva vista, ma il suo amore non poteva certo competere e vincere
la sua natura di assassino.
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Il
vampiro
di Alex Percorro
vagabondo solitarie strade In compagnia dei miei sensi di colpa. I rimpianti
mi gravano sul cuore quanto I rimorsi mi martellano le tempie... Quante
vite ho incontrato Quante ne ho mutate Quante ne ho distrutte A partire
dalla mia. Mi accingo a seguire gli ultimi raggi di Luna, Dentro brucia
la mia misera esistenza La mia ancor più triste Impossibilità di morire
Vengo nominato... Fato A volte Morte Ascolto le vostre preghiere Sento
il profumo del vostro Sangue Sono una creatura del Demonio al vostro
triste servizio.
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Un
lampo nel buio
di Markus Un
lampo. Una luce. Buio. Buio. Un altro lampo. Più luce. Buio. Pioggia.
Ily era seduta nel centro del salone con
le orecchie tese ad ascoltare il rumore del temporale che percuoteva
gli alberi. Non era sola...
In camera da letto cera un uomo.
Nudo sotto le lenzuola.
Sul letto i rimasugli di una notte agitata.
Una notte di passione sfrenata.
Il salone era illuminato esclusivamente
dalle braci del caminetto che continuavano ad ardere. Ily era bellissima.
Addosso aveva soltanto una vestaglia da uomo. Lo stesso uomo che stava
dormendo nella stanza accanto. Ily era felice. La sua pelle levigata
risplendeva ad ogni scoppiettio della legna nel braciere. La vestaglia
era allacciata male e scopriva un seno. La forma rotonda sbucava prepotente
da quella costrizione ed il capezzolo si ergeva imponente. Ily pensava.
La notte appena trascorsa è stata meravigliosa. Poteva sentire ancora
il profumo della pelle del suo uomo addosso. Poteva sentire i caldi
baci delle sue labbra sul suo collo. Poteva sentire i suoi morsi. Sentiva
il suo sesso caldo pulsare dentro di sé. Lo vedeva attraverso la porta
socchiusa della stanza. Ily sorrideva.
Un suono. Una campana. Un rintocco. Due.
Tre. Quattro. Cinque.
Era tardi, doveva sbrigarsi. Si tolse
la vestaglia e si scoprì in tutto il suo splendore, velocemente si rivestì.
Un bacio al suo uomo ed uscì dalla casa mentre il temporale stava cessando.
Poche gocce di pioggia. Qualche lampo.
In camera da letto cera un uomo.
Nudo sotto le lenzuola. Il suo braccio sporgeva dal letto. La sua testa
era morbidamente appoggiata sul cuscino. Sulle sue labbra un sorriso
appena percettibile. Sul suo collo due buchi. Da uno di questi uscì
una goccia di sangue. Lultima.
Un lampo. Una luce. Buio. Buio. Buio...
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Magica
la notte
di Lestat Magica
la notte
perché non puoi essere mia
perché non posso essere tua
magica notte!
Voglio essere tua
devi essere mia
voglio respirare i tuoi profumi
voglio drogarmi delle tue essenze
sarò mai tua?
O sarò per sempre prigioniera del sole?
Voglio ascoltare le tue storie
voglio esplorare le tue ombre
rendimi partecipe di te
voglio essere parte di te
voglio diventare tua figlia
mandami una tua creatura
principe della notte
cosi potrò assaporare il sangue della notte
non lasciarmi schiava del sole.
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Un
gioco d'ombre cinesi
di Armand Le
sue dita vincono ancora una volta la battaglia con l'età. Non tremano.
Aprono senza incertezze la piccola scatola, ne estraggono un fiammifero
e lo sfregano contro la cartina abrasiva, sul lato anteriore della scatola.
Un breve crepitio, pochi secondi di vita, e il fiammifero abbandona
la luce. Consumato e piegato dal proprio peso, si spezza; la parte bruciata
cade in terra sbriciolandosi in mille impercettibili frammenti neri.
Ha compiuto il suo ciclo: ora la candela è accesa. Proietta la sua luce,
arde del suo fuoco, che, danzando, trasforma il portone incassato, precario
rifugio del vecchio, in una cattedrale senza dimensioni. Fuori, dove
la luce già muore, soltanto pioggia e strade svuotate.
Il vecchio sorride. Sa che quella danza,
in cui luce e ombra si corteggiano vicendevolmente, può diluire o annichilire
lo spazio. E, con un piccolo aiuto, può creare un intero universo. Infine,
alza la testa per incontrare gli occhi della ragazza, distanti e vacui
nella gelida inespressività del loro chiarore, pur se curiosamente partecipi
della vita della candela. Se non avesse vissuto, il paradosso lo farebbe
rabbrividire. Osserva, ecco cosa fa. Nient'altro che osservare. Da lontano,
come un angelo.
"Sei un tipo calmo, vero? Voglio
dire, non sei una di quelle persone che si preoccupano per ogni sciocchezza.
Sei l'unica che quando ha cominciato a piovere non si è messa a correre
come un'invasata. A parte quelli con l'ombrello, intendo".
La ragazza annuisce, i corti capelli rossi
raggruppati in ciuffi compatti, appesantiti dall'acqua. Il suo sguardo
si distacca dalla candela ma rimane lontano, indefinibile. "Credo
suppongo
di si. Qualcosa del genere".
Sul muro alle spalle della ragazza si
forma un'immagine, un'ombra dotata di vita. Una grande farfalla nera
si libra in volo, ruota su sé stessa, cambia improvvisamente direzione,
quindi si arresta e plana piano, oscillando come una foglia agitata
dalla brezza, posandosi sul viso della ragazza. Le sue iridi così prossime
al bianco si trasformano in vivide decorazioni sulle ali della farfalla.
Le sue labbra si distendono in un sorriso misurato, velato di tristezza.
Il vecchio muove le mani e le ali della farfalla si chiudono, formando
una sorta di bozzolo. "Non volevo
farla morire, così ho deciso di concederle un nuovo inizio".
"Potresti essere tu a farla rinascere.
Ti va di provare?"
La luce abbandona per un istante il viso
della ragazza. Quando, timidamente, torna ad affiorare, un'intera vita
di dolore sembra appesantirla. Forse, adesso, il vecchio può comprendere
quel distacco nei suoi occhi.
La ragazza scuote piano la testa in segno
di diniego.
"Ti ringrazio, ma non sono molto
brava a dar vita alle cose".
Oltre la breve volta del portone si sente
solo il ritmo in crescendo delle gocce d'acqua. Forse suonano un allegro
agitato.
Il vecchio urta inavvertitamente il proprio
zaino, logoro e pieno di al punto di rischiare la lacerazione in alcune
zone più consunte di altre, così una sferetta rossa delle dimensioni
di una palla da tennis riesce a fuggire via. Rotola con un moto troppo
lento, quasi innaturale, prima sul tessuto dello zaino poi sulla pavimentazione,
fino a fermarsi sul palmo della mano della ragazza.
"Intrattieni la gente per sopravvivere?"
Il vecchio sorride. E' abituato ad ascoltare
la gente. Sa che quella domanda, prima o poi, arriva sempre.
"Credo sia come dici tu. Io, però,
preferisco usare la parola vivere. Si
suona meglio". "C'è
una cosa che non capisco", mormora la ragazza. Si fa passare la
sferetta da una mano all'altra, come per indursi a restare presente.
"La strada è quasi deserta ora, e le poche persone rimaste in giro
non si fermeranno certo a guardarti fare le ombre cinesi. Non ha senso
continuare a fare qualcosa che nessuno vedrà. Ma tu continui. Perché?"
"Non esiste un motivo preciso, o
se esiste è una di quelle cose che non si possono spiegare. Ti posso
solo dire che ogni volta che proietto l'ombra delle mie mani su un muro
imparo qualcosa. Scopro un nuovo aspetto in ciò che mi circonda. In
questo senso ciò che faccio è vivere. Ora dimmi, che ombra sto facendo?"
"Un'anatra, credo".
"Ti sbagli. Si tratta di un germano
reale. E vuoi sapere dove sta la differenza? Semplicemente negli occhi
di chi guarda. Una notte, prova a guardare il cielo con i tuoi occhi,
scoprirai costellazioni che nessuno ha mai visto".
Passi veloci e leggeri si sovrappongono
al suono della pioggia creando un ritmo vivace. "E
poi, vedi, c'è sempre qualcuno che si vuole fermare. Coraggio, giovanotto,
vieni sotto! Non vorrai prendere tutta quest'acqua, mi auguro."
E' alto poco più di un metro e, come tutti
bambini, ha gli occhi enormemente grandi per le dimensioni della testa.
Enormemente luminosi. Vivi.
"Signore, mi fai vedere il lupo che
insegue il coniglio?", chiede con voce argentina. "Come
no!", esclama il vecchio muovendo le mani in modo tale da regalare
l'illusione di una materia plastica, modellabile. "Stai a guardare!"
Le ombre corrono veloci e il vecchio concede
loro persino delle voci. Questa sera è un creatore generoso. Vede il
riso garbato della ragazza e si compiace; ora anche l'angelo non è poi
così lontano.
"Questo non è un lupo! E' un cane!",
grida il bambino.
Il vecchio squadra con aria severa la
propria mano, quasi volesse rimproverarla. "Tu dici?", borbotta
perplesso. Infine inizia a muovere il pollice e rivolge al bambino uno
sguardo d'intesa. "Eh, si. E' proprio un cane! Guarda qui che orecchie
mosce ha! Un lupo che si rispetti le tiene ben dritte. Così!"
Poi una voce estranea si fa strada.
"Carlo! Carlo, dove sei? Vieni qui
subito!"
Si avvicina, sempre più forte. E l'incantesimo
non può far altro che dissolversi, senza neppure il tempo di resistere
o di rincantucciarsi in un angolo nascosto.
"Tieni signore, ho settecento lire",
e corre via.
Il vecchio ride di gusto, la sua voce
simile a quella di Babbo Natale in certe vecchie pubblicità americane.
In fondo anche lui dona qualcosa.
"Vuoi sapere un'altra cosa?",
borbotta divertito "io faccio del bene".
La ragazza solleva la testa di scatto,
inarcando leggermente le sopracciglia e facendo in modo di nascondere
gli occhi sottili sotto le ciglia folte. E' inutile, quel biancore tenebroso
filtra sempre; parla di lei.
"Scusami, ma non capisco".
Fuori, il vento seduce dolcemente la pioggia,
inducendola a divorare, avida, lo spazio asciutto del portone.
"Oh, non è difficile se ci pensi
su. Le settecento lire del giovane Carlo non decideranno il modo in
cui trascorrerò questa notte, così come non lo decidono tutti i soldi
che riesco a racimolare ogni giorno. Per qualche tempo, però, i suoi
sogni e i suoi passi saranno più leggeri".
"Ma fin quando potrai continuare
in questo modo?", chiede la ragazza.
Non udrà la risposta.
La pioggia entra, invade, percuote il
loro rifugio. La fiamma della candela tremola, si attenua. E in un istante
il buio annega ogni cosa. O quasi.
Gli occhi della ragazza rifulgono. Poi
anch'essi scompaiono nell'ombra. E la risposta arriva, silenziosa, nel
sangue. E' ovvio, no? Finché non si spegnerà la fiamma.
Si
era sentita goffa, impacciata. Il tutto era sembrato una sorta di buffa,
concitata colluttazione; da cortometraggio muto dei primi del secolo,
per intenderci. D'altra parte, era la prima volta in vita sua che donava
il sangue ad un mortale invece di bere da lui fino a lasciarlo privo
di vita. Non aveva avuto la possibilità di fargliene bere molto, ma
la cosa aveva poca importanza. Non aveva compiuto quell'atto per renderlo
un suo simile. Sarebbe vissuto qualche anno in più del previsto, questo
sì.
"La sua fiamma brucerà ancora per
un po'", pensa usando le parole del vecchio. Si, le piace. Suona
bene. E ora il suo passo non ha più peso. Una leggerezza che trascende
la sua natura oltreumana.
La ferita al polso che si era provocata
per far bere il vecchio è quasi completamente rimarginata. E' andata
via così, senza far rumore, sparendo sulla sua pelle come le nubi che,
una volta scaricatesi, erano andate alla deriva insieme al vento, diradandosi.
Della grande pioggia rimangono solo alcune pozzanghere che riflettono
immagini tremolanti e le luci artificiali dei lampioni.
Osserva il cielo finalmente sgombro. Disegna
con lo sguardo le sue nuove costellazioni.
Sorride.
Sarà una buona nottata.
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L'apprendista
di Asterione
di Fernando Pessoa Furtiva
mano di un fantasma occulto
fra le pieghe del buio e del torpore
mi scuote, e io mi sveglio, ma nel mio
cuore notturno non trovo gesto o volto
Un antico
terrore, che insepolto
porto nel petto, come da un trono
scende sopra di me senza perdono,
mi fa suo servo senza cenno o insulto.
E sento
la mia vita di repente
legata con un filo di Incosciente
a ignota mano diretta nell'ignoto.
Sento che
niente sono, se non l'ombra
di un volto imperscrutabile nell'ombra:
e per assenza esisto, come il vuoto.
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IL
VAMPIRO
da "I Fiori del male" (SPLEEN E IDEALE)
di Charles Baudelaire
Tu che t'insinuasti come una lama
Nel mio cuore gemente; tu che forte
Come un branco di demoni venisti
A fare, folle e ornata, del mio spirito
Umiliato il tuo letto e il regno-infame
A cui, come il forzato alla catena,
Sono legato; come alla bottiglia
L'ubriacone; come alla carogna
I vermi; come al gioco l'ostinato
Giocatore, - che tu sia maledetta!
Ho chiesto alla fulminea spada, allora,
Di conquistare la mia libertà;
Ed il veleno perfido ho pregato
Di soccorrer me vile. Ahimè, la spada
Ed il veleno, pieni di disprezzo,
M'han detto: "Non sei degno che alla tua
Schiavitù maledetta ti si tolga,
Imbecille! - una volta liberato
Dal suo dominio, per i nostri sforzi,
Tu faresti rivivere il cadavere
Del tuo vampiro, con i baci tuoi!"
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Poesie gentilmente offerte da
Bourbon
Street - La strada dei Vampiri
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